Ultimo appello congiunto, in extremis, di Cosmetic Europe, Efpia, Medicines for Europe e AESGP: le aziende di settore chiedono una rivalutazione urgente della Direttiva per tutelare competitività e approvvigionamento
“Il costo della depurazione delle acque in Europa sarà da tre a cinque volte superiore a quanto stimato dalla Commissione europea e si sono verificati errori nell’allocazione del carico tossico: senza un'azione urgente per condurre un'analisi scientifica solida, l'Europa rischia di danneggiare in modo significativo le aziende che operano nel proprio territorio, l'accesso ai farmaci e l'interruzione della catena di approvvigionamento. In più si rischiano ricadute negative sull’attrattività dell’UE in tema di investimenti e sulla competitività complessiva di due dei settori più importanti del continente”.
L’ennesimo allarme sulle ricadute nefaste della direttiva sul trattamento delle acque reflue urbane (UWWTD) è stato lanciato ieri da Cosmetics Europe, EFPIA, AESGP e Medicines for Europe, in rappresentanza dei settori europeo dei cosmetici e farmaceutici, che in un comunicato congiunto hanno chiesto ai Ministri dell'Economia di chiedere alla Commissione europea di fermare il cronometro sull'attuazione del regime di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR).
La richiesta: sollecitare l’introduzione di una clausola "Stop the Clock" sulle disposizioni relative all’EPR, condurre studi scientifici adeguati e solidi e valutare l'impatto concreto sui settori interessati e sugli altri settori interessati, sostenere la revisione della Direttiva.
Il peccato originale contenuto in quest’ultima: “Nonostante avesse inizialmente identificato diversi settori come inquinatori, la Commissione Europea ha infine ritenuto responsabili solo due settori, compromettendo l'obiettivo finale di depurare le acque e contraddicendo il principio ‘chi inquina paga’”.
“Nella sua forma attuale – è l’accusa ribadita dalle associazioni dei produttori - la direttiva sulle acque reflue urbane impone alle aziende costi sproporzionati, imprevedibili e potenzialmente eccessivi, non correlati al loro effettivo contributo all'inquinamento idrico, a causa di dati scientifici errati utilizzati per identificare i settori ritenuti responsabili dei microinquinanti. Allo stesso tempo la direttiva adottata non riesce inoltre a incentivare lo sviluppo di prodotti più ecologici da parte di settori non coperti dalla direttiva o non ritenuti responsabili del proprio inquinamento idrico”.
Per migliaia di PMI del settore cosmetico e per le aziende del settore farmaceutico – avverte ancora la nota – l’impatto degli oneri finanziari e amministrativi sarebbe devastante: perdita di competitività dell’UE nel suo complesso e per le farmaceutiche si avrebbe un pesante impatto sulla fornitura e sulla disponibilità continua di medicinali per milioni di pazienti.
Gli errori della Commissione Ue
Il comunicato dei produttori riassume tutti gli errori compiuti dalla Commissione UE nella redazione della Direttiva:
- sono stati commessi errori nell'assegnazione delle sostanze ai settori, sovrastimando il contributo di cosmetici e farmaci al carico tossico nelle acque reflue urbane;
- per i prodotti farmaceutici: i primi quattro medicinali nell'elenco utilizzato dalla Commissione UE sono stati calcolati come costituenti il 58% dell'intero carico tossico in tutti i settori industriali, ma sulla base dei dati di laboratorio richiesti dall'EMA per le valutazioni del rischio ambientale, rappresenterebbero meno dell'1%;
- per i cosmetici: la valutazione d'impatto della Commissione UE attribuisce erroneamente all'industria cosmetica sostanze vietate nei cosmetici (ad esempio, il nonilfenolo dietossilato), sostanze non utilizzate nei cosmetici (ad esempio, la permetrina) e sostanze onnipresenti sono attribuite esclusivamente ai cosmetici (ad esempio, l'acido palmitico), il che porta a una sovrastima di almeno 15 volte;
- La Commissione Europea ha stimato i costi per l'ammodernamento del trattamento quaternario a livello UE fino a 1,4 miliardi di euro all'anno fino al 2045, mentre le valutazioni di alcuni Stati membri indicano cifre da tre a cinque volte superiori, il che significa che i costi potrebbero variare da 1,18 miliardi di euro a oltre 7 miliardi di euro all'anno.
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